Trekking alla scoperta di Muggia

L'itinerario parte dalla piazza di Caliterna, a ridosso del centro storico della cittadina istroveneta, che si può scegliere di visitare prima o dopo la passeggiata.
Lasciando l’automobile nel parcheggio sotterraneo su cui si sviluppa la piazza, possiamo proseguire a piedi e, oltrepassata l’adiacente via Battisti, ci lasciamo alle spalle piazza della Repubblica, per iniziare a risalire lungo la via Roma.
A metà di quest’ultima troviamo, inconfondibile per la sua architettura recente che si discosta da tutti gli edifici che lo circondano, il museo dedicato a Ugo Carà, che raccoglie una sintesi delle opere dell’artista muggesano. Da qui proseguiamo lungo la via Roma e, tenendoci sulla sinistra appena oltrepassati i giardini pubblici, nei pressi di un bar imbocchiamo la ripida Salita Ubaldini. La via è una delle vecchie strade di collegamento tra Muggia e Muggia Vecchia, e in passato faceva parte di un percorso “devozionale” che toccava varie chiesette disposte lungo il tragitto per raggiungere la cima della collina. In una ventina di minuti, dopo aver superato una stradina asfaltata e una scalinata a gradoni di arenaria, raggiungiamo l’antica chiesetta di San Sebastiano, costruita dai muggesani dopo la peste del Seicento.

 

Dietro alla chiesetta, tra i rami della folta vegetazione, possiamo apprezzare un’insolita veduta di Muggia e del suo centro storico bagnato dal mare. Proprio in quell’area, intorno all’anno Mille, dopo un periodo di abbandono successivo ai primi insediamenti romani, sorse un borgo di pescatori e di “salinari” da cui prese sviluppo la cittadina costiera. Si pensa, infati, che l’etimologia del nome Muggia derivi da un arcaico lamucola di origine veneta o istriana, poi trasformato in epoca medievale in la mucla o la mugla e infine la muggia, che stava ad indicare un tratto di palude poco profonda posta ai margini della costa su terreni alluvionali.
Fino al 1420 la cittadina fu sotto il Patriarcato di Aquileia, poi si legò a Venezia in contrapposizione all’Austria e quindi, giocoforza, fu per secoli in rotta con Trieste, che arroccava a sé i privilegi delle saline poste alla foce del vicino Rosandra. Con la caduta della Serenissima e l’avvento di Napoleone quest’ultima propaggine d’Istria ne seguì le alterne sorti, spesso relegata ad un ruolo marginale di terra di conquista, passando nel 1813 sotto il dominio degli Asburgo e infine, dopo la prima Guerra mondiale, all’Italia. Proseguendo lungo il nostro itinerario in circa un quarto d’ora di ascesa possiamo raggiungere Salita Muggia Vecchia e poi la cosiddetta Porta di San Odorico (o Porta di Levante). I resti delle mura con l’inconfondibile colore caldo della pietra arenaria ci indicano che la salita è finalmente terminata e che siamo entrati nell’area del Parco Archeologico. Alla nostra sinistra la vista si apre sulle colline intorno a Muggia, le cui cime sono tutte in territorio sloveno, con il confine che scorre invisibile a mezza costa. La strada prosegue in mezzo al verde che circonda la Basilica: siamo sui resti di quello che fu il castelliere protostorico che diede vita al primo nucleo abitato in quest’area, dal quale in seguito si sviluppò Castrum Muglae. I resti, anche di epoca romana, sono stati da pochi anni esposti al pubblico dopo gli impegnativi scavi della Soprintendenza, così come notevole è stato il lavoro di recupero e valorizzazione dell’intera area archeologica.

 

Una meraviglia, in questo contesto, la Basilica di Santa Maria Assunta, uno dei santuari mariani più amati dalla popolazione non solo muggesana. Sorta probabilmente sui resti di un tempio romano, la basilica romanica risale all’XI secolo: all’interno, diviso in tre navate, si nota subito a sinistra l’antico ambone in pietra calcarea e il recinto del presbiterio con motivi ornamentali scolpiti nel IX secolo (quindi inequivocabilmente antecedenti la costruzione della chiesa). Sulle pareti una serie di affreschi della prima metà del XIII secolo con Storie di Cristo e della Vergine e le raffigurazioni dei santi Cristoforo, Zeno, Domenico, gli Evangelisti, Santa Caterina e Tre Profeti di pittori appartenenti alla stessa scuola.

 

Gli affreschi della Storia della Vergine (quasi in sequenza cinematografica: morte, trasporto, sepoltura, assunzione in cielo) che si vedono invece sulla sinistra nella fascia posta più in alto appartengono ad un ciclo precedente del XII secolo, ma non sono i più antichi. Il primato di antichità – X secolo - va invece ascritto a un frammento di Busto di Santo non meglio identificabile. Si trova in posizione eccezionalmente in vista, ma quasi mai si nota perché va a confondersi con l’aureola di Santa Caterina di Alessandria, che invece notiamo non appena entrati in chiesa sul primo pilastro a sinistra.
Una volta goduta la sosta all’interno del santuario, usciamo di nuovo all’aperto per godere di uno dei panorami più affascinanti sull’intero golfo di Trieste, dallo spiazzo antistante, posto a 172 metri sul livello del mare. Per proseguire lungo l'itinerario lasciamo alle spalle il parcheggio davanti alla chiesa e raggiungiamo un ristorante in via Alma Vivoda n. 2. A questo punto scendiamo alla nostra destra abbandonando la strada principale e tenendo sempre d’occhio i segnavie bianco-rossi per inoltrarci tra le villette in località Fontanella, che deve il suo nome proprio alla presenza di un’antica fonte d’acqua. La nostra camminata continua in comoda discesa e ne approfittiamo per goderci il vasto panorama che, nel primo tratto, spazia sul mare tra la vegetazione bassa alla nostra destra. In circa 10 minuti di cammino raggiungiamo un altro incrocio, facilmente riconoscibile perché situato a pochi metri da un palo della linea elettrica in cemento, sul quale si nota distintamente la traccia bianco-rossa del segnavie Cai. Scendiamo ancora a destra costeggiando il muretto di una recinzione privata in pietra arenaria e dopo circa 5 minuti raggiungiamo un quadrivio: prendiamo la seconda strada che scende ancora alla nostra destra (non la prima, contrassegnata da un’indicazione di strada senza uscita). Ancora qualche decina di metri e, subito dopo una curva, la vista si apre e alla nostra sinistra, lungo la discesa d’asfalto, appare la cosiddetta “Casa del principe”. L’edificio, appartenuto all’arciduca Lodovico Salvatore, figlio di Leopoldo II d’Asburgo e di Maria Antonietta (principessa delle Due Sicilie) è stato recentemente ristrutturato, riportandone in luce anche il terreno circostante con i resti delle mura. La casa, oggi residenza privata, si colloca proprio al di sopra dei terreni appartenuti all’Arciduca e che stiamo per attraversare con il nostro itinerario.
Poco più in basso giriamo a destra lungo l'asfalto che sale da Zindis, altra frazione del Comune di Muggia, e dopo aver percorso poche decine di metri giriamo a sinistra abbandonando la strada principale per iniziare il percorso che ci porterà nelle antiche tenute di Lodovico Salvatore d’Asburgo. Sulla curva, ormai dismesso da qualche tempo, sorge l’edificio che ospitava l’albergo-ristorante “All’Arciduca”. Il nostro itinerario gli passa proprio a fianco lasciandolo alla sinistra. La strada sterrata ben presto ci porta lungo uno stretto sentiero in terra battuta e dopo circa 10 minuti raggiungiamo la Cisterna del torrente Ronchi prima di proseguire fino fino ad un bivio da prendere a destra seguendo la segnaletica bianco-rossa che indica la “Traversata muggesana”. Intorno a noi il bosco di carpini neri e roverelle dove un tempo c’erano frutteti e vigne – in alcuni punti si vedono ancora i muri di sostegno ai terrazzamenti – voluti dall’Arciduca per la sua tenuta.
Al giorno d’oggi, dopo anni di abbandono, alberi e arbusti si sono ripresi i terreni un tempo ben curati e coltivati, coprendo quasi interamente la zona con una vegetazione di tipo illirico-mediterraneo.  La linea del percorso si snoda ancora dentro al bosco fino a raggiungere un tratto dell’itinerario dove, spariti gli alberi, ci troviamo improvvisamente in mezzo a un pianoro: il panorama sul mare si apre qui davanti a noi in tutta la sua bellezza. Siamo all’altezza di Punta Ronco, meglio conosciuta dai residenti come Punta Olmi, in uno dei tratti più suggestivi della costiera muggesana, dove le ginestre la fanno da padrone. Verso il limite ovest del pianoro, all’altezza di una panchina seguiamo lo stretto sentiero che in breve, girando nuovamente a sinistra, raggiunge una carrareccia a mezza costa che ci conduce nei pressi di alcuni ruderi per poi affiancarsi alla recinzione privata di una casa isolata dal resto del mondo. Stiamo ora camminando quasi a picco sul mare  lungo sentieri poco frequentati dagli escursionisti, ma pieni di fascino in qualunque stagione.

 

Ancora qualche decina di metri e il sentiero sale a sinistra perché davanti a noi il percorso è interrotto da una proprietà privata. Subito si incrocia un altro sentiero che prendiamo a destra e poi proseguiamo dritti ancora nel bosco fino all’asfalto in località Punta Sottile. Usciti dal bosco, sbuchiamo sulla strada e scendiamo lungo l' asfalto, fiancheggiando la residenza “Al Castelletto” e godendoci ancora la vista del mare tra i rami degli alberi. Ci troviamo nella valle di San Bartolomeo che, rivolta a ovest, è ben protetta dal vento di Bora e forma una baia che va da Punta Sottile a Punta Grossa (Debeli Rtič), quest’ultima situata in territorio sloveno. In meno di dieci minuti raggiungiamo la strada provinciale, che sulla sinistra porta a quello che fino a qualche anno fa era il valico internazionale di San Bartolomeo. Davanti a noi si erge l’alto muro in pietra che oggi funge da recinzione alla Base logistica, un centro di soggiorno estivo riservato all’Esercito, un tempo sede del vecchio Lazzaretto austriaco. Giriamo a sinistra percorrendo una ventina di metri per poi girare nuovamente a sinistra in salita a breve distanza da una casa di riposo.
Giriamo a destra al primo incrocio, continuiamo lungo una strada asfaltata ma dissestata e in cinque minuti raggiungiamo l’entrata al porticciolo di Lazzaretto.
Davanti a noi un grosso blocco di arenaria con una targa, apposta dal Cai il 6 ottobre del 1995, con la quale si ricorda il sentiero Camminaitalia, che inizia da Santa Teresa di Gallura, in Sardegna, a ben 6000 chilometri di distanza.
A breve distanza, sempre lungo la provinciale e proprio nell'area dell'ex valico con la Slovenia, troviamo il capolinea della Linea 7 dell’autobus che ci riporterà a Muggia.

 

La Linea n° 7 della Trieste Trasporti ha una frequenza di circa un’ora e mezza-due ore (con differenze tra orario festivo e feriale), sufficiente per soddisfare le esigenze del ritorno dall’escursione e rappresenta un’occasione per una panoramica completa sull’intero tratto di costa, iniziando da quello che va dal centro di soggiorno dell’Esercito a Punta Sottile. In questo splendido tratto di mare si trovano, completamente sommersi, i resti di un molo romano nonché l’unico fondale sabbioso della costa, peraltro sfruttato da due stabilimenti balneari. Un po' più al largo si notano gli impianti di miticoltura che danno un prodotto d’ottima qualità mentre, una volta doppiata Punta Sottile - il promontorio più orientale d’Italia -, dopo alcune piazzole per la balneazione libera, ci troviamo a fiancheggiare un tratto di costa recintato perché sottoposto a bonifica ambientale. Siamo in località Boa e stiamo per raggiungere Punta Ronco, meglio conosciuta come Punta Olmi, dove sorge un piccolo stabilimento balneare. Poco più avanti, altre piazzole per la balneazione libera, mentre all'orizzonte compare il molo che chiude Porto San Rocco, il marina turistico costruito sui resti del vecchio cantiere navale di San Rocco ( vanto della Marina austriaca, che qui costruì le sue ammiraglie), del quale è stata conservata l’area dell’antico bacino di carenaggio.
Ancora pochi minuti e l’autobus, una volta attraversata la galleria, sbucherà in via Roma e poi in piazza della Repubblica proprio dove era iniziato il nostro itinerario.